L’ASSEMBLEA CITTADINA PRESENTA
L’EPOPEA AQUILANA DEL POPOLO DELLE CARRIOLE
ALL’AVANGUARDIA DELL’INDIGNAZIONE HESSELIANA
di Antonio Gasbarrini – Angelus Novus Edizioni
14 DICEMBRE 2011, ORE 17.00 Tendone di Piazza Duomo

Presentazione di Pina Lauria
Prima di entrare nel vivo di questa iniziativa, vorrei che rivolgessimo un pensiero a Mor Diopr e Modou Samb, non due senegalesi assassinati, ma due uomini, due lavoratori con nome e cognome e con la loro vita. E vorrei che facessimo nostre le puntuali e chiare parole del Presidente Napolitano, che ha invitato tutti al ripudio di ogni predicazione e manifestazione di violenza razzista e xnofoba, richiamando l’urgenza dell’impegno di tutte le Autorità politiche e della società civile per contrastare sul nascere ogni forma di intolleranza e riaffermare la tradizione di apertura e solidarietà del nostro Paese.
Ecco, solidarietà, tolleranza, impegno civile, la forza, la capacità di indignarsi per ogni ingiustizia, in qualsiasi parte del mondo venga commessa, e la ferma volontà di non dimenticare mai quello che è stato affinché non abbia più a ripetersi: questi sono i valori alla base della nascita di questo libro-documento.
Il suo cammino inizia il 27 gennaio 2011, nella giornata dedicata alla Memoria, di quel mai troppo lontano 27 gennaio 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli del campo di sterminio nazista di Auschiwitz.
L’iniziativa è nata dalla collaborazione del centro Documentazione Artepoesia Contemporanea “Angelus Novus”, diretto da Antonio Gasbarrini, presente a L’Aquila sin dal 1988 negli storici locali di Via Sassa, 15, nel centro storico della città, oggi ancora zona rossa, e dell’Associazione Onlus “Cittadini x cittadini”, che ha mosso i primi passi nel luglio del 2009, tre mesi dopo il terremoto, in una delle circa 190 tendopoli allestite, quella di Collemaggio, con l’obiettivo di informare e tutelare la cittadinanza tutta, partendo dalla convinzione che trasparenza e partecipazione debbano essere i capisaldi di una ricostruzione sociale e materiale che possa dirsi democratica.
E la cosa migliore che abbiamo pensato di fare è stata quella di presentare il libretto di Stéphane Hessel, Indignez-vous!, con il fine di evidenziare il legame ideale che ha tenuto insieme l’indignazione dell’ultranovantenne partigiano con quella degli aquilani. Indignazione degli aquilani che era stata anticipatrice, rispetto all’invito rivolto da Hessel: il 14 febbraio del 2010, infatti, dopo circa un anno dal terremoto, l’indignazione degli aquilani è esplosa: un anno caratterizzato da un lungo torpore, dei nostri corpi, delle nostre menti e delle nostre coscienze. Sono di tutti noi le giornate delle mille chiavi, le giornate delle carriole, le incursioni nella zona rossa, accompagnate da un unico grido: la città è nostra!
Gli atti del convegno del 27 gennaio 2011 “La diaspora dei terremotati aquilani. Rassegnazione, indignazione o rivoluzione” con la presentazione, in prima nazionale, del libretto di S.Hessel “Indignez-vous”, libretto che ci giunse direttamente da Parigi (ricordiamo che la prima edizione francese d’Indignez-vous! è stata stampata nell’ottobre del 2010, cioè 8 mesi dopo l’esplosione dell’indignazione del Popolo delle carriole, mentre la traduzione italiana con il titolo Indignatevi! vedrà la luce solo nel febbraio del 2011), sono oggi pubblicati nella prima parte di questo libro/documento “L’epopea aquilana del Popolo delle carriole. All’avanguardia dell’indignazione hesseliana”. Apre il libro l’omaggio che abbiamo voluto rendere a Hessel, con la pubblicazione della poesia di Carmine Mancini, uno dei giovani Nove Martiri aquilani: “Oh, io vedo la mia strada!”, tradotta in francese.
L’indignazione, quindi, come il filo conduttore di ognuna delle pagine di questo libro.
E ci sembrò doveroso, il 27 gennaio 2011, dare voce all’indignazione che cominciava, allora, ad avanzare nel mondo: la Rivoluzione dei Gelsomini, con notizie di prima mano dal fronte tunisino, grazie alla corrispondenza, riuscita miracolosamente a superare la censura, di Anna Pacifica Colasacco con Mounir, giovane tunisino che Anna conosce da quando era bambino. Ce lo racconta lei stessa, in questo libro: dal primo incontro, a 10 anni, nel 1994, con un cesto di fichi in mano, in una torrida giornata di giugno. E adesso da adulto: “La mia indignazione è quella di un popolo intero. Pane, lavoro e libertà è quello che gridiamo e quello che vogliamo”. Mounir sta realizzando la sua speranza. Anche i sogni più utopici possono realizzarsi. E quelli dei terremotati aquilani? Se lo chiede Anna, e non solo.
La prima parte del libro si chiude con la poesia di Enzo Valss, “Tango-chà para el Che” : il poeta la dedica ad Ernesto Guevara nell’83° del suo compleanno e, nel contempo, la dedica a tutti coloro che in una piazza di Madrid, o del Cairo, o dell’Avana stessa, o di Atene cantano, indignati, una canzone di speranza, soffiando contro il vento: un tango-chà para el Che!
Sfogliando il libro, troviamo i foto racconti, dal 28 febbraio 2010 al novembre 2011, che attraverso la Cronica non rimata di Antonio Gasbarrini documentano visivamente la rabbia, la sofferenza, le emozioni, la speranza che ognuno di noi ha espresso, dalla scalata delle macerie a Piazza Palazzo, alle manifestazioni del 16 giugno a L’Aquila e del 7 luglio a Roma, con annesse manganellate, fino alla protesta per l’indecoroso abbandono delle mura medioevali, la spina dorsale della nostra identità.
E vorrei ricordare anche che decine e decine di cittadini, di ogni età, di ogni estrazione sociale, sono stati denunciati per aver manifestato pacificamente, per aver gridato il diritto a veder ricostruita la propria città. Entreranno, per la prima volta nella loro vita, dentro un’aula di Tribunale: cittadini senza città/senza case/terremotati/inquisiti/accusati.
Tanti siamo presenti, ora, in questo tendone.
Il libro si conclude con cinque racconti brevi di Antonio Gasbarrini e con la presentazione, fuori dalle righe, del poeta Luigi Fabio Mastropietro.
Al libro è allegato il DVD “Mi fa male”di Luca Cococcetta: lo presento con le parole di Pino Bertelli, fotografo, saggista: “Il piccolo film di Luca Cococcetta è un esempio sociale di notevole importanza…racconta dall’interno le ingiurie, le contraffazioni, i tradimenti che il popolo aquilano ha subito da parte degli amministratori, dei politici, della chiesa, degli imprenditori…e si fa portatore di verità mai rivelate…mette in campo la disperazione, la dignità, i valori che una grande parte degli aquilani è riuscita a non mortificare….gli aquilani si sono fatti portatori di quella comunità in armonia che avanza ai quattro angoli della terra”.Prima di passare la parola a Marcello Gallucci, è doveroso, per me, ringraziare tutti coloro che hanno partecipato, coralmente, alla nascita/crescita di questo libro: non un semplice elenco, ma la testimonianza dell’impegno, faticoso, trasparente e, perché no, utopico: Antonio Gasbarrini, Pino Bertelli, Marcello Gallucci, Federico D’Orazio, Fabio Ecca, Alberto Aleandri, Alvaro Iovannitti, Anna Pacifica Colasacco, Mounir, Antonio Picariello, Davide Franceschini, Luca Cococcetta, insieme a Bonifacio Liris, Manuele Morgese, Antonella Cocciante, Giancarlo Tiboni, (sceneggiatura, voci recitanti, musica di “Mi fa male”), Enzo Valls, Luigi Fabio Mastropietro. E Carmine Mancini e S. Hessel. E me stessa, e tutte le aquilane e gli aquilani.
Un sentito e particolare grazie alle Edizioni CURCI Srl e CAROSELLO C.E.M.E.D., titolari dei diritti editoriali e della registrazione fonografica interpretata da Giorgio Gaber – “La libertà” di G. Gaber-A.Luporini – per aver consentito, a titolo gratuito, l’utilizzo della stessa nel cortometraggio documentario di Luca Cococcetta “Mi fa male”.
E grazie ad Antonio Gasbarrini che dichiara, nella copertina del libro, che il ricavato del volume, al netto delle spese vive, verrà devoluto all’Assemblea cittadina per il sostegno finanziario delle iniziative promosse all’insegna della democrazia partecipata e trasparente. Al di là delle risorse economiche, sempre ben accette in una situazione di quasi inesistenza delle stesse, il grazie dell’assemblea va a questo pensiero: iniziative promosse all’insegna della democrazia trasparente e partecipata. E’ senza dubbio il miglior contributo e riconoscimento a noi tutti, sempre presenti, che mai abbiamo abbandonato questa Piazza. Pina Lauria
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... riportiamo dalle pagine del libro
L’Indignez-vous! di Hessel aveva già bussato alle sfasciate porte coscienziali dei terremotati aquilani di Antonio Gasbarrini
Gli indignati. Chi e dove sono. Cosa vogliono. A rileggere le primaverili rivoluzioni reali tuttora in corso nei Paesi del nord Africa e del Medio Oriente, e, quelle potenziali spagnole, cilene, israeliane (Inghilterra, Italia, Francia e U.S.A. al momento sono un caso a parte), sembra di assistere all’Apocalisse delle dittature e delle malferme, corrotte democrazie occidentali. Dopo l’uscita del libretto di Hessel Indignez-vous! nell’ottobre dello scorso anno, niente è stato più come prima. Soprattutto per le giovani generazioni ed il loro assordante tam-tam su Internet. Non già per una visione profetica dell’autore su ciò che sarebbe successo di lì a poco in Tunisia, Egitto, Libia, Siria…, ma per aver semplicemente fiutato «l’aria che tirava»1.Una brutta, mefitica aria: diciamolo subito. La stessa che ha ammorbato per una decina di mesi un’intera comunità di oltre 70.000 persone, coinvolte nella tragedia del terremoto aquilano.Non so se Hessel abbia avuto modo, attraverso i media, di venire a contatto con l’indignazione di migliaia e migliaia di cittadini esplosa nel febbraio del 2010, allorché dopo aver appeso le chiavi delle loro case distrutte sulle grate delimitanti la zona rossa del Centro storico dell’Aquila, le hanno sfondate al grido «La città è nostra!». A quella data, che registrava la concomitante crescita esponenziale del Popolo delle carriole, 35.000 cittadini erano stati “ricoverati” nelle tendopoli ed altrettanti “esiliati” nella costa abruzzese. L’intero Centro storico della città, subito dopo il sisma del 6 aprile 2009, era stato (e lo è in gran parte ancor oggi) sequestrato, con tanto di presidi militari dislocati in varie postazioni.
So invece con certezza che nessun aquilano, me compreso, ha potuto far propria l’hesseliana parola d’ordine Indignatevi! che sta incendiando il mondo intero, per una semplice ragione d’ordine cronologico. Infatti, fino all’ottobre del 2010 (uscita della prima edizione in francese del libretto Indignez-vous!), l’indignazione dei cittadini del capoluogo abruzzese per la rimozione delle inamovibili macerie prima (caricate sulle carriole) e per una serie di successive altre azioni simboliche, aveva già travalicato i confini nazionali massmediatici.
L’assonanza tra gli indignati aquilani e l’esortazione di Hessel rivolta ai giovani di rifarsi ai valori della Resistenza («Le motif de base de la Résistence était l’indignation»)2 e di uscire allo scoperto abbattendo un’agnostica indifferenza («L’indifférence: la pire des attitudes»)3, ha del sorprendente. Premessa la sua diretta conoscenza del pensiero e degli scritti gramsciani in merito (« — Lei scrive anche che non apprezza gli indifferenti. Si è ispirato ad Antonio Gramsci? — Sono gramsciano e considero che la sua maniera di porre il problema dell’impegno mi si addica. Il pensiero italiano ha contribuito molto. Anche Giuseppe Mazzini diceva che bisogna impegnarsi e uscire dall’indifferenza»)4, uno dei momenti più esaltanti ed aggreganti del Popolo delle carriole, è stata la rimozione delle macerie nella zona rossa, e perciò interdetta, della Piazzetta IX Martiri Aquilani. Con ben quattro piratesche incursioni non autorizzate dalle Istituzioni (11 e 21 marzo; 11 e 25 aprile del 2010)5 oltre al collaudato lavoro di routine, il Popolo delle carriole piantava fiori nelle aiole, festeggiando poi la Liberazione con un reading di poesie liberamente ispirate all’eccidio nazifascista dei giovani 9 Martiri Aquilani avvenuto a L’Aquila il 23 settembre del 1943, nonché con la lettura del gramsciano testo indignazionista ante litteram.
Non è stato quindi un caso aver fatto coincidere la presentazione a L’Aquila in prima nazionale d’Indignez-vous! con la data di celebrazione della giornata internazionale della memoria dedicata alle vittime dell’olocausto (27 gennaio 2011) e due parallele testimonianze: la mostra fotografica sulla Shoah e l’incontro-dibattito seminariale documentato con gli Atti pubblicati in questo volume. Né è da sottacere che lo strenuo impegno di Hessel nel difendere i valori fondanti di una pacifica convivenza civile democratica, gli è derivato (per sua esplicita ammissione), dalle atroci esperienze personali vissute, da ebreo, sulla propria pelle marchiata da uno degli oltre 6 milioni di numeri infernali6.
Con L’epopea aquilana del Popolo delle carriole: all’avanguardia dell’indignazione hesseliana, si è inteso sancire un vincolante legame, o meglio, un patto d’amore tra la lancinante diaspora dei terremotati – combattuta a suon di macerie e carriole, contro le incapaci Istituzioni e le corrotte cricche d’ogni risma approdate a stormi, come neri corvi vangoghiani, sulla carcassa della città distrutta dell’Aquila – e il magistrale libricino di Hessel.
Il dovuto Omaggio al suo ecumenico, slargante pensiero, si è inoltre concretizzato nella traduzione in francese della poesia di Carmine Mancini (uno dei giovani 9 Martiri Aquilani trucidati dai nazifascisti, pressoché coetanei di Hessel) Oh, io vedo la mia strada! […] Oh, je la vois, ma route! [...]. Infine, i tre cortometraggi “Mi fa male” su DVD, frutto della creatività di giovanissimi aquilani sprigionatasi dopo lo schoc subito alle 3.32 con il tributo di sangue di oltre 300 vittime e circa 2000 feriti, dovrebbe facilitare, anche per Hessel, la comprensione del senso di fondo sotteso a questa nota (eufonica e musicale: almeno così mi auguro).
1 «Mi davano del nostalgico e invece le mie idee sono assolutamente contemporanee. Come diciamo noi francesi: ho fiutato l’air du temps, l’aria del nostro tempo», dall’intervista di Anais Ginori, Il bestseller contro l’indifferenza, «la Repubblica», 26/2/2011, p. 62. Hessel è stato accusato di essere un nostalgico, avendo a più riprese chiamato in causa nel suo pamphlet i valori della Resistenza e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, alla cui stesura partecipò in prima persona: «Quello che dico nel libretto è che ci sono un certo numero di valori fondamentali in nome dei quali è necessario indignarsi, e sono i valori della dichiarazione dei diritti universali e quelli della resistenza, che sono valori collettivi forti minacciati», dall’intervista di Luca Sebastiani, Cittadini ribellarsi è giusto, «l’Unità», 16/1/2011. 2 Stéphane Hessel, Indignez-vous!, Indigène éditions, X, décembre 2010, Montpellier, p. 11. 3 Ivi, p. 14, 4 Andrea Giambartolomei, Hessel. Cittadini: indignatevi e agite, «il Fatto Quotidiano», 17/4/2011. 5 Le giornate sono state documentate fotograficamente e testualmente, sotto forma di fotoracconti, nel libro Antonio Gasbarrini, J’Accuse!!!…Il terremoto aquilano, la città fantasma e l’inverecondo imbroglio mediatico del sig. b., Angelus Novus Edizioni, L’Aquila, giugno 2010, ora riproposti, ma ampliati, in questo volume. Non è inutile ricordare i titoli dati agli stessi: Il blitz del Popolo delle carriole nella Piazzetta dei giovani 9 Martiri Aquilani (p. 107), The People of the Wheelbarrows festeggerà la Liberazione nella Piazza IX Martiri Aquilani (p. 109). Ripropongo qui, per le “sorprendenti assonanze” accennate, alcuni brani dell’ultimo fotoracconto citato: «La storicizzante introduzione di Alvaro Iovannitti sull’eccidio del 23 settembre del 1943 [dei giovani 9 Martiri Aquilani] e la chiusura della manifestazione [nella piazzetta] con la lettura di alcuni brani tratti da La città futura di Antonio Gramsci (febbraio 1917 [Hessel nascerà a Berlino nell’Ottobre dello stesso anno]) hanno fatto da apripista al corale “Bella ciao”. Questo l’incipit gramsciano, più che attuale per i tantissimi aquilani “bellamente defilatisi” rispetto ad una tragedia immane soverchiante di gran lunga i loro miserrimi egoismi di bottega: «Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti». Per inciso, ricordo ancora, che l’intero testo gramsciano è stato riproposto nella quarta di copertina del mio citato J’Accuse!!! 6 Ecco quanto è scritto nella postfazione dell’editore francese firmata da Sylvie Crossman (data la lunghezza della citazione ci siamo avvalsi della traduzione effettuata nell’edizione italiana): «Il 10 luglio del 1944, in seguito a denuncia, la Gestapo lo arresta a Parigi: “Non si perseguita chi ha parlato sotto tortura”, scriverà nel 1997 in Danse avec le siècle. Dopo una serie di interrogatori e torture – in particolare il supplizio della vasca da bagno, ma lui destabilizza i propri torturatori parlando loro in tedesco –, l’8 agosto del 1944, ovvero a pochi giorni dalla liberazione di Parigi, lo spediscono nel campo di Buchenwald, in Germania. Alla vigilia della sua impiccagione, riesce in extremis a scambiare la propria identità con quella di un francese morto di tifo nel campo. Sotto il nuovo nome di Michel Boitel, fresatore, viene trasferito al campo Lottleberode, nelle vicinanze della fabbrica di carrelli d’atterraggio degli Junker 52, i bombardieri tedeschi. Ma fortunatamente – la sua eterna fortuna – è assegnato all’ufficio contabilità. Ed evade. Lo catturano e spostano nel campo di Dora, dove si fabbricano i V-1 e V-2, i missili con cui i nazisti sperano ancora di vincere la guerra. Condannato alla Compagnia disciplinare, evade di nuovo e stavolta con successo: le truppe alleate stanno raggiungendo Dora. Finalmente torna a Parigi, dove ritrova sua moglie Vidia, madre dei suoi tre figli, due maschi e una femmina», Sthéphane Hessel, Indignatevi!, add editore, V, maggio 2011, Torino, pp. 37-38. ****************Altre pagine esteticamente sublimi
L’indignazione “educata” di Stéphane Hessel
di Antonio Gasbarrini
Ogni affetto del genere valoroso, vale a dire che eccita
la coscienza delle nostre forze a superare ogni resistenza (animi strenui),
è esteticamente sublime, come per esempio la collera, e perfino
la disperazione (quella in cui domina l’indignazione, non l’abbattimento). Immanuel Kant
Il compito della critica della violenza, si può definire l’esposizione
del suo rapporto col diritto e con la giustizia. Poiché una causa
agente diventa violenza, nel senso pregnante della parola,
solo quando incide in rapporti morali.Walter Benjamin
La necessaria coscienza critica nei confronti della società
può essere critica solo se è essa stessa aperta alla critica
e comporta la sua stessa critica. Edgar Morin
L’indignazione “educata” di Stéphane Hessel non è di pancia. Di testa e di cuore, sì. E non poteva essere altrimenti, acclarata la sua splendida biografia1. Un’intera vita, quasi centenaria, messa al completo servizio dell’umanità più emarginata e reietta. Colpita a morte, anche nell’opulenta società occidentale, con la strage culturale-civile di milioni e milioni di giovani per lo più “diseducati” da uno sfrenato quanto standardizzato consumo di massa. Ai nostri giorni diventati bassa manovalanza intellettuale, disoccupata o precaria a vita. A completa disposizione d’un acefalo, cinico capitalismo finanziario sanguisuga. Giovani senza più arte né parte. Con un futuro svanito di botto. Ricattabili e ricattati. L’indifferenza, ai tanti, troppi cancerogeni mali da cui sono attorniati, è il loro tallone d’Achille.
Proprio lì Hessel ha puntato dritto conficcando, con la delicatezza del caso, la taumaturgica non-mortale freccia paridea. Rivelatasi subito benefica. Una sorta di rivitalizzante agopuntura. Indignez-vous! Una ragionata, paterna esortazione la sua. Non si tratta di un’accusa. È (era) un semplice augurio: «Il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, è che abbiate un motivo per indignarvi. È fondamentale. Quando qualcosa ci indigna, come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati»2. Hessel sa troppo bene che le coordinate storiche e geografiche odierne non hanno più gli stessi connotati antropologici e sociologici di quelle del passato3. Durante le dittature fascista e nazista il nemico, per i partigiani insorti armi in pugno, non era una semplice sagoma con cui esercitarsi al tirassegno. L’incarnazione del male assoluto, piuttosto. Da incenerire. La vendetta di Nemesi.
Male assoluto ben nascosto oggi negli anonimi flussi e riflussi del neocapitalismo finanziario dei derivati e affini, delle altalenanti borse, dell’iperbolico profitto, delle rendite parassitarie, della speculazione per la speculazione tout court. Nel frattempo la fame ed i morti per fame nel Terzo mondo, le disuguaglianze sociali tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri non solo nell’area occidentale, stanno crescendo in modo esponenziale. Le vittime sacrificali? Sempre i giovani, da sgozzare sull’altare delle messe nere tributate al sempiterno vitello d’oro: il pestifero dio-denaro. Altro che pecunia non olet!
Ed ecco l’aperto invito del vecchio-giovanissimo partigiano: «Ai giovani dico: guardatevi attorno, e troverete gli argomenti che giustificano la vostra indignazione, il trattamento riservato agli immigrati, ai sans papiers, ai rom. Troverete situazioni concrete che vi indurranno a intraprendere un’azione civile risoluta. Cercate e troverete!»4.
Al momento di scrivere queste righe, la torcia umana del giovane tunisino Mohamed Bouazizi (17 dicembre 2010) non s’era ancora accesa5. Mohamed, molto probabilmente non aveva letto la ventina di pagine del pamphlet. Chissà, poi, se fosse venuto a conoscenza del suo “fratello gemello” Jan Palach immolatosi, con le stesse modalità, nella Piazza di S. Venceslao a Praga nel gennaio del 19696.
Gli interlocutori di Hessel erano i giovani francesi. Parigini in particolare. Nel giro di qualche mese la parola d’ordine Indignez-vous! attecchiva, come rigogliosa edera, in varie capitali europee. Si stavano così materializzando i prodromi d’«Une insurrection pacifique». Quasi un ossimoro.
Il principio ispiratore aveva attinto direttamente dall’“Appello dei resistenti alle giovani generazioni” lanciato dal Consiglio nazionale della Resistenza nel marzo del 2004. Sottoscritto anche dal pensatore francese7.
Tra quella data ed i nostri giorni sembra essere stato scavalcato un intero secolo. La comunicazione generalista dei massmedia analogici, tv in testa, è stata nel frattempo in buona parte sfaldata dall’impalpabile rizoma digitale di Internet prima e dei social network ora. A tutto vantaggio d’una democratizzazione dell’informazione gestita e sempre più gestibile proprio dai giovani. Con la nuova ed innovativa “Resistenza digitale” non prevista da Hessel, ma appena intuita insieme ai suoi compagni resistenti: «À ceux et celles qui feront le XXIe siècle, nous disons avec notre affection: “Créer, c’est résister. Résister, c’est créer»8.
Siamo solo agli inizi d’una rivoluzione digitale al potenziale servizio di rivoluzioni reali. Lo si è visto in Tunisia (le e-mail del giovane tunisino Mounir trascritte e tradotte in questo volume ne sono una controprova), Egitto, Libia, Siria… Lo si vedrà, a breve, in molti altri Paesi e continenti, dove l’ingiustizia prevaricatrice, contro cui si scaglia Hessel, è tronfia e trionfa.
Proprio nelle aree del Nord Africa e del Medio Oriente, il messaggio di fondo della rivoluzione non-violenta vaticinata in Indignez-vous!, sembra essere, nell’attuale fase storica, quasi impraticabile: «Sono persuaso che il futuro appartiene alla non-violenza, alla conciliazione delle diverse culture. […] Nel 1947 Sartre scrive che la violenza, in qualunque forma si manifesti, è una sconfitta. Ma, dice, si tratta di una sconfitta inevitabile, perché il nostro è un universo di violenza. […] Nel marzo del 1980, tre settimane prima di morire Sartre affermava: “Bisogna cercare di spiegare che il mondo di oggi, per quanto orribile, è soltanto un momento del lungo svolgimento della storia, che in qualsiasi rivoluzione o insurrezione la speranza è sempre stata una delle forze dominanti, e come la speranza rimanga la mia concezione del futuro”»9. Chiosa Hessel: «Dobbiamo renderci conto che la violenza volta le spalle alla speranza. Le dobbiamo preferire la fiducia nella non-violenza. È questa la strada che dobbiamo imparare a percorrere»10.
Più che giusto. Solo che… solo che alle nude mani dei popoli tunisini, egiziani e siriani, autoconvocatisi nelle piazze dopo digiuni e preghiere per manifestare contro regimi oppressori, i dittatori di turno hanno reagito con mattanze. Per non parlare poi della guerra civile libica, che sembra apparentemente risolta con l’uccisione di Gheddafi.
Imparare a percorrere la strada della non-violenza: questa, la prova-cardine richiesta da Hessel. Il suo itinenario è stato suggerito, pressoché coincidendo, con la “teoria della metamorfosi”, analiticamente motivata in La Voie. Pour l’avenir de l’humanité11, ultima fatica filosofica ed intellettuale di un grande amico: Edgard Morin. Uno dei più sofisticati intellettuali del nostro tempo, autore dell’opera monumentale La Méthode, uscita in sei tomi tra il 1977 e il 200412. Una ricerca trentennale dedicata allo studio della complessità ed alla invocata interrelazione tra società, religioni e saperi frantumati. Per di più autistici. Una sola frase, a sostegno della metamorfosi, può sintetizzare il tutto: «La notion de métamorphose est plus riche que celle de révolution»13. Gli fa eco Hessel: «Sono arrivato alla conclusione, forse ingiusta, che non è con delle azioni violente, rivoluzionarie, rovesciando le istituzioni esistenti, che si può far progredire la storia»14.
Le gemme della primavera araba, dischiuse alla libertà ed alla democrazia, sono state insanguinate in questi ultimi mesi dalla ferocia di dittatori quali Gheddafi (già giustiziato dalla furia degli insorti), Ben Alì, Mubarak, Assad…. Le migliaia e migliaia di assassini compiuti, smentiscono il pacificante ottimismo di Hessel e la riformistica evoluzione istituzionale auspicata da Morin. Il male e la violenza, la violenza del male, non sono esorcizzabili con le sole parole. Anche la speranza, senza la contestuale presenza di un radicalizzante antagonismo di singoli e popoli pronti a morire per l’affermazione dei loro ideali di libertà ed emancipazione, può risolversi in uno scacco.
Della violenza istituzionale documentata in questo volume, subdola e camaleontica (non necessariamente sanguinaria) ne sanno qualcosa – anche se in tutt’altro contesto – i terremotati aquilani.
E l’acquerello dell’Angelus Novus di Klee, trasfigurato filosoficamente nell’“Angelo delle macerie” di Benjamin riprodotto a piena pagina nel frontespizio dell’edizione francese di Indignez-vous!, può essere assunto a paradigma di una delle Due visioni della storia accennate da Hessel. Con la prima, hegeliana, il saggista francese motiva il suo ottimismo evoluzionista-riformista della società: «L’hegelismo interpreta la lunga storia dell’umanità come dotata di senso: è la libertà dell’uomo che, tappa dopo tappa, progredisce. […] La storia delle società progredisce e alla fine, quando l’uomo ha raggiunto la libertà totale, si ha lo stato democratico nella sua forma ideale»15. A questa visione meccanicistica, contrappone, relegandola in secondo piano, quella più pessimistica di Benjamin (tra l’altro amico di suo padre) il quale: «aveva tratto un messaggio pessimista da un quadro del pittore svizzero Paul Klee, l’Angelus Novus, dove la figura dell’angelo apre le braccia per contenere e respingere una tempesta che identifica con il progresso. Per Benjamin, che nel settembre del 1940 si suiciderà per sfuggire al nazismo, il senso della storia sta nell’avanzata implacabile di catastrofe in catastrofe»16.
Potranno mai le interferenze dinamiche e solidali delle metamorfizzanti riforme moriniane (della vita, della morale, del pensiero, dell’educazione …), far approdare l’umanità – in un futuro tutto da divenire – ad un mondo migliore? («Ce qu’on peut espérer, c’est non plus le meilleur des mondes, mais un monde meilleur»17). La risposta affermativa Morin l’affida a questi cinque «principi di speranza»: il sorgere dell’inaspettato e l’apparizione dell’improbabile; le virtù generatrici / creatrici concernenti l’umanità; le virtù della crisi; le virtù del pericolo; l’aspirazione multimillenaria dell’umanità all’armonia.
Che la Via della metamorfosi sia lunga e tortuosa lo ammette lo stesso sociologo francese. Le difficoltà e gli ostacoli sono d’ordine psicologicoantropomorfico, in quanto l’uomo non è solamente «sapiens, faber, economicus», ma anche «demens, mythologicus, ludens». Annota Morin che la propensione delirante dell’Homo demens non potrà mai essere razionalizzata (ed ha perfettamente ragione: tutti i dittatori, di ogni epoca e luogo si rassomigliano in tal senso; né sono da meno alcuni Presidenti e Capi di Governo dei Paesi emergenti o di democrazie malate come quella italiana, malattia certificata in molte pagine di questo volume).
A conclusione del libretto, L’“indignazione educata” di Hessel contro la montante barbarie neo-fascista-razzista e le opprimenti ingiustizie presenti in ogni angolo del globo, conduce per mano i potenziali antagonisti (ragazzi, giovani, genitori, nonni, educatori e, persino le autorità pubbliche) sul sentiero di un’insurrezione pacifica contro i mass media riportando, in Indignez-vous!, una citazione tratta dal segnalato “Appello dei resistenti” affinché «vi sia una vera e propria insurrezione pacifica contro i mass media che ai nostri giovani come unico orizzonte propongono il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione ad oltranza di tutti contro tutti»18. Sante parole. Nel con-tempo un po’ obsolete (si era nell’anno del Signore 2004), rispetto alla montante rivoluzione insurrezionalista “teleguidata” dai milioni di droni digitali dei social network 19.
Per divulgare al meglio la “retta via” riformatrice indicata da Morin e sostenuta indirettamente con l’indignazione hesseliana, i due ex partigiani delle libertà negate e della redenzione possibile, hanno pubblicato ad ottobre, e questa volta a quattro mani, il libretto Le chemin de l’espérance20, indirizzando una sorta di lunga lettera ai “Cari concittadini [francesi]” per denunciare il corso perverso d’una politica cieca che ci sta conducendo al disastro e per formulare una via politica di salute pubblica al fine di annunciare una nuova speranza. Lo stimolo a tracciare, non solo La via, ma Il cammino della speranza, deve essere venuto ai due giovanissimi ultranovantenni guardandosi attorno e prendendo atto che il movimento internazionale degli Indignati è la cartina di tornasole del momento drammatico che l’intera specie umana sta vivendo, ma anche delle sue chances di rinnovamento e cambiamento: «L’accroissement des inégalités, le cynisme insolent des corruptions, un chômage endémique, voilà quelque-uns des points communs au chœur des révoltés du printemps arabe, des indignés d’Espagne et de Grèce, des émeutiers de Londres et des grandes villes anglaises, des protestataires israéliens, des soulèvements indiens»21. Manca nell’elenco dei Paesi in cui l’indignazione ha attecchito con maggiore virulenza, l’imprevedibile e non previsto movimento indignazionista statunitense Occupy Wall Street “insorto” a New York il 17 settembre, data cioè in cui Le chemin de l’espérance era in corso di stampa.
La cronaca-storia di questi nostri pararivoluzionari e convulsi giorni, sta correndo più veloce delle moderate esortazioni di Hessel e Morin. Vale qui la pena, comunque, di ricordare gli snodi salienti per aprire decisivi varchi a Il cammino della speranza incardinati sulle due indissolubili parole d’ordine «vouloir-vivre» per «bien-vivre»: riformare per trasformare; la politica del buon-vivere; la rivitalizzazione della solidarietà; l’economia plurale; le disuguaglianze; la rigenerazione.
Una visione, la loro, palingenetica ed utopica? Se per modellare al meglio l’avveniristica Patria-Terra occorrerà creare un «potente movimento cittadino» alimentato dalla «insurrezione delle coscienze», sarà sufficiente la costante presenza della sola Speranza per invertire il corso d’una spregevole storia neocapitalistica finanziaria-parassitaria, disumana ed antiumana, generatrice delle inaccettabili disuguaglianze esistenziali su scala planetaria? Più di un indizio di alcune guerre civili in corso e di violente lotte antagoniste tra cittadini-sudditi e Stato, sembra dire no.
1 Questa, la cronologia essenziale. 20 ottobre 1917: nascita a Berlino. 1937: prende la nazionalità francese. 1941: impegnato nella Resistenza. 1944-1945: arrestato dalla Gestapo e deportato, sfugge per due volte all’impiccagione. 1945: inizia la carriera diplomatica. 1945-1948: partecipa alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. 1955: primo consigliere dell’ambasciata di Francia a Saigon. 1977: ambasciatore di Francia presso le Nazioni Unite. 1982: va in pensione. 1994: missione di mediazione tra Hutu e Tutsi in Burundi. 1996: mediatore nel caso dei sans papiers in seguito all’occupazione della Chiesa di Saint-Ambroise. 2003: missione “Testimoni per la pace” in Israele e Palestina. Agosto 2006: lancia un appello contro le incursioni israeliane in Libano. 2008: lancia un appello affinché il governo francese stanzi dei fondi destinati a dare un alloggio ai senzatetto. 2008: premio Unesco/Bilbao per la promozione di una cultura dei diritti dell’uomo. Dicembre 2009: partecipa alla stesura della Carta del governatorato mondiale. [La cronologia è tratta, in parte, da Stéphane Hessel (con Gilles Vanderpooten), Impegnatevi! , Salani Editore, Milano, maggio 2011, pp. 7-9. Titolo originale: Stéphan Hessel, Engagez-vous! Entretiens avec Gilles Vanderpooten, Éditions de l’aube, marzo 2011]. 2 Stéphane Hessel, Indignatevi!, add editore, Torino, V, maggio 2011, p. 10. 3 «Però quell’esperienza[la Resistenza], assieme alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, è ancora oggi fondamentale, con i valori che simboleggia. Guardi alle cose che stanno accadendo in Nord Africa e in Medio Oriente, alla sete di democrazia che esprimono quei popoli. Dovremmo chiederci piuttosto quanto siano ancora presenti nelle nostre democrazie. Certo, sono valori vecchi, hanno più di 65 anni ma esprimono i bisogni fondamentali: la libertà di espressione, la libertà di stampa, la sicurezza sociale, il diritto alla pensione, alla scuola e all’educazione. Quanto sono ancora presenti nelle nostre democrazie?», dall’intervista titolata Hessel. Indignarsi non basta adesso impegnatevi, «La Stampa», 17/4/2011. 4 Stéphane Hessel, Indignatevi!, op. cit., p. 19. 5 Si veda, in questo stesso volume, Mounir, Cronaca della Rivoluzione tunisina: 17 dicembre 2010 – 14 gennaio 2011, pp. 74-77. 6 L’estremo gesto sacrificale di Mohamed Bouzazi è stato istintivo. Un’indignazione contro i soprusi subiti sfociata nel suicidio. Fuoco umano diventato nel giro di qualche giorno simbolo portante dell’incipiente rivoluzione. Più consapevole delle implicazioni ideologiche e politiche (la repressione della Primavera di Praga con l’occupazione dei carrarmati russi) era stata l’irreversibile scelta esistenziale di Jan Palach: «Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari pronti a bruciarsi per la nostra causa», [dagli appunti autografi ritrovati]. Il suo esempio sarà emulato da altri sette giovani. 7 «[…] Ci appelliamo quindi ai movimenti, ai partiti, alle associazioni, alle istituzioni e ai sindacati eredi della Resistenza affinché superino le poste settoriali in gioco […] per definire insieme un nuovo “Programma della Resistenza” per il nostro secolo, consapevoli che il fascismo continua a nutrirsi di nazismo, intolleranza e di guerra che a loro volta si nutrono delle ingiustizie sociali. Ci appelliamo infine ai ragazzi, ai giovani, ai genitori, agli anziani e ai nonni, agli educatori, alle autorità pubbliche perché vi sia una vera e propria insurrezione pacifica contro i mass media, che ai nostri giovani come unico orizzonte propongono il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti contro tutti», in: Indignatevi!, op. cit., pp. 44-45. Confrontando la ragionevolezza di quest’appello, con il subdolo colpo di Stato mediatico posto in essere nel nostro Paese da Silvio Berlusconi sin dal 1994 e perfezionato nel 2008, viene quasi da piangere. Quest’amara considerazione è stata espressa dall’autore in vari scritti. Per tutti, si legga alla p. 10 di Guy Debord, Dal Superamento dell’arte alla Realizzazione della filosofia (a cura di Antonio Gasbarrini), coedizione Angelus Novus Edizioni – Massari Editore, L’Aquila-Bolsena, 2008. 8 Stéphane Hessel, Indignez-vous!, Indigène éditions, X, décembre 2010, Montpellier, p. 22. 9 Ivi, pp. 24-25. 10 Ibidem. 11 Edgard Morin, La Voie. Pour l’avenir de l’humanité, Librairie Arthème Fayard, gennaio 2011. 12 Questi i titoli e le rispettive date: La Nature de la nature, 1977; La Vie de la vie, 1980; La Connaissance de la connaissance, 1986; Les idées. Leur habitat, leur vie, leurs mœurs, leur organisation, 1991; L’Humanité de l’humanité. L’identité humaine, 2001; L’Étique complexe, 2004. 13 Edgard Morin, La Voie, op. cit., p. 32. 14 Stéphane Hessel, Impegnatevi!, op. cit., p. 21. 15 Id., Indignatevi!, op. cit., p. 13. 16 Ivi, p. 14. Vale la pena di riportare qualche passo tratto dal n. 14 delle benjaminiane Tesi della filosofia della storia: «[…] Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte ch’egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo sospinge irresistibilmente verso il futuro, a cui egli volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta», Walter Benjamin. Per inciso va detto che il logo del Centro Documentazione Artepoesia Contemporanea “Angelus Novus” co-fondato dall’autore a L’Aquila nel 1988 e dell’ “Angelus Novus Edizioni”, è proprio l’Angelus Novus di Klee, graficamente rivisitato. Sulle ragioni della scelta del nome e del logo, nonché sulle conseguenze distruttive del terremoto per l’ “aquilano” spazio culturale dell’ Angelus Novus, si veda Le indelebili impronte digitali di Mr. T all’Angelus Novus, in Antonio Gasbarrini, J’accuse!!! Il terremoto aquilano, la città fantasma e l’inverecondo imbroglio mediatico del sig. b., Angelus Novus Edizioni, L’Aquila, 2010, pp. 153-160. 17 Edgar Morin, La Voie, op. cit., p. 297. 18 Stéphane Hessel, Indignatevi!, op. cit., p.45. 19 Sullo stretto rapporto intercorrente tra i movimenti insurrezionalisti dei nostri giorni ed i social network, si rimanda al pamphlet (fresco di stampa): Pino Bertelli, Insorgiamo! L’insurrezione nell’epoca dei social network, coedizione Angelus Novus Edizioni – Massari Editore, L’Aquila-Bolsena, ottobre 2011. 20 Stéphane Hessel – Edgar Morin, Le chemin de l’ésperance, Librairie Arthème Fayard, octobre 2011. 21 Ivi, p. 16.qualche fotoracconto dal libro
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ancora dal libro Missiva a Mr. T
V. Una prima e ultima missiva per Mr. T
Costa teramana – L’Aquila, addì 1000 giorni circa dal sisma del 6 aprile 2009
Scorbutico Mr. T, questa mia prima ed ultima missiva, da navigato naufrago, l’ho affidata alla solita bottiglietta di plastica. Anche se non arriverà mai a destinazione, non ha importanza. Tanto Lei (il confidenziale tu l’ho dovuto abolire dopo il Suo “imperdonabile tradimento”) non sa leggere. Parlare, invece, e rumorosamente, con le roboanti ondemessaggere dei bacchici scontri tettonici, molto bene. Per questo continuo ad esprimermi, nei Suoi confronti, con una “scrittura orale”. A braccio, come si dice in gergo.
Lo sconquasso inferto all’attuale “fu città” dell’Aquila e alla sua ex comunità “diasporizzata” non Le dovrebbe essere ignoto. Per lo strettissimo legame aristotelico esistente tra “accidente” (Le prenda un colpo, ed una volta per tutte!) e “sostanza” (quella ch’era stata prima della sua visitaccia una bella città-territorio di riguardo e da riguardare).
Ma, veniamo al sodo di quest’irrituale missiva. Come Lei non sa, né tanto meno mai saprà, nel giro di qualche mese da quando avevo invitato l’innominabile sig. b. ad andarsene in esilio volontario nell’isola di Lampedusa, qualcosina è successa. Con il determinante contributo di una Sua inconsapevole complicità
Com’è registrato nel Suo voluminosissimo libro nero, la catastrofe aquilana s’è attestata all’arida cifra contabile di 308 + 1 (anche con un nascituro se l’è presa!). Ebbene. Non so quale triangolazione esista tra Lei, Nemesi e Pitagora. Eppure un fil rouge doveva essere nascosto da qualche parte.
Questa la cronaca aggiornata. Il cavaliere-mentitore par excellence è stato definitivamente disarcionato dal suo “cavallo ebbro” (altro che rimbaudiano battello!) o di Troia che dir si voglia, dopo ben 17 anni. Proprio da quei due numeri. Rivelatisi fatali. Non più e non solo per chi, sulle montagne russe di quella notte, aveva bevuto un avvelenato bicchiere di Montepulciano. Nella cosiddetta Camera dei deputati dove soleva riunirsi una tantum a fiducia, la combriccola dei parlamentari padani, la nemesiana votazione ha dato il seguente risultato: 309 presenti, 308 voti favorevoli. Insufficienti per continuare a sgovernare. 308 e 309. Sembra un caso. Una fortuita coincidenza. Ma così non è. Il Dio dei credenti, ce l’ha insegnato Einstein, non gioca a dadi. Tutto è avvenuto come doveva accadere. La stessa stringente, ineluttabile necessità della tragedia greca. Il corrotto, corruttibile e corruttore sig. b. non sa di che cosa stia Il Naufrago cianciando. Conosce a menadito la farsa. Però ha travisato completamente i canoni ludici della commedia. Rendendoli patetici. Anzi, ridanciani.
Il guaio è stato, per gli sfigati terremotati aquilani, aver incontrato, più o meno contestualmente, tre nemici contro cui intraprendere un’inedita guerra. Forse già persa in partenza. Così non la pensano l’Assemblea cittadina ancora attendata in Piazza Duomo e il Popolo delle carriole. Ne accennerò più avanti.
In testa al trio, proprio Lei. Subito riconosciuto alle 3.32 dello stramaledetto 6 aprile 2009. Da secoli sapevano, i nobili discendenti svevoangioni, con che tipo di canaglia avevano a che fare. E perciò, a difendersi. Ricominciando tutto daccapo. Com’era già avvenuto nella Sua penultima visita mortifera in città. Eravamo nel remotissimo 1703. Ricorda? Le vittime falciate furono circa 3.000. Non è una sola questione statistica. Già, ma a Lei che gliene frega di queste puntualizzazioni!
Subito dopo, un inaspettato maleficio. Di gran lunga più devastante. L’irrompere fragoroso, sulla quinta scenografica delle macerie d’autore da Lei sismografate, di un mediatizzato Re Mida al rovescio. Capace di trasformare mefiticamente in “merda etica” tutto ciò che toccava. Comprese molte coscienze di aquilani, spesso tramortiti da una sventura più grande delle loro capacità di resistenza. Affievolitasi quasi interamente dopo oltre due anni e mezzo di pelosa assistenza emergenziale; di sbaraccamento nei 19 agglomerati-dormitorio; di una disoccupazione galoppante; di una sterminata periferia inanellata da squallide rotonde emulanti, per i malcapitati automobilisti, i gironi dell’inferno. E via via di questo passo. Il quadro fosco, poi, ritoccato con alcune pennellate della crisi internazionale finanziaria (terzo ostacolo).
A L’Aquila quel mezzo bellimbusto aveva provato a perfezionare il riuscito colpo di Stato mediatico avviato nel 2004, in un presentabile putsch. Con quali modalità? Proverò a spiegarlo. Certamente non a Lei. In quattro e quatt’otto per gli altri lettori.
La Protezione Civile è stata messa su, un po’ in tutto il mondo, per fronteggiare le Sue malefatte e quelle causate da altre sventure naturali e non. Nel capoluogo abruzzese e negli altri centri del cosiddetto cratere, subito dopo la Sua riprovevole distruzione, sono state allestite moltissime tendopoli. La più “ammucchiata”, circa 2.000 persone, nella ex Piazza D’Armi dell’Aquila. Qui è stato applicato, per la prima volta nello stivale, il nazistico “Metodo Augustus”. Trasformando in acquiescenti ricoverati i cittadini esiliati. Sospendendo, per di più, basilari diritti costituzionali garantiti, come quello di potersi riunire in assemblee, bere un caffè, fumare una sigaretta o sorseggiare un piccolo drink: tutti disdicevoli eccitanti! Ad quid? S’era semplicemente trattato d’una prova generale golpista. Da estendere poi in tutt’Italia. Con la trasformazione della Protezione Civile in Protezione Civile s. p. a. telecomandata dal duo Berlusconi-Bertolaso. L’aggiunta di un semplice acronimo per privatizzare un servizio pubblico basilare. Teso ad attenuare i danni materiali e morali generati dalle calamità. Nella sostanza, la legittimazione di uno “stataccio d’affari”. Senza regole e controlli. Parallelo a quello repubblicano. Gestito e gestibile dalle cricche annidate, dai tempi del venerabile Gelli, nei gangli vitali della finanza e dell’economia italiana. Eredi legittime delle logge massoniche P2, P3, P4… Lo scudo delle arrossate macerie di Onna e degli altri luoghi-simbolo della città da Lei tremendamente sfigurati, aveva fatto all’uopo. Il diavolo, si sa, si diverte nello scoperchiare le pentole. Facendo così venire a galla uno scandalo dietro l’altro. Il disegno reazionario del Primo ministro, autocanditatosi in modo subliminale a successore del rispettabilissimo Capo di Stato in carica, ha trovato, l’ineluttabile epilogo nella ricordata votazione dei 308 +1 caballeros.
Tra una nuotata e l’altra, Il Naufrago dovrebbe parlarLe a lungo degli irrisolti, immani problemi degli aquilani. Si limiterà, al contrario, a sottolineare telegraficamente un paio di questioni di fondo.
Dopo ogni Suo infausto passaggio, Mr. T, il presente dei terremotati di ogni angolo del pianeta, non dispone più dei familiari, rassicuranti punti cardinali di orientamento. Il passato si sfilaccia nella narcotizzante rimozione del lutto. Quanto al futuro? In prima battuta un deciso segno di croce. Piano piano spunta, e a lungo andare la spunta, una tenue speranza di rinascita. Al momento, e mi auguro solo in apparenza, archiviata per L’Aquila.
La fastosa città medioevale da Lei squinternata, è adesso popolata esclusivamente da spettri e fantasmi. La stragrande maggioranza degli ex cittadini, poi, autometamorfizzatasi nelle grigiastre sembianze di vaganti zombi. Ci si offenderà, e di molto, per questa raggelante constatazione. In merito, esprima un parere Lei. Già. Dimenticavo. Non potrà mai scorrere, né tanto meno capire, il senso di questo mio soliloquio. Comunque, sarò io stesso ad interpretare, novello aruspice, le Sue rivelatrici scosse.
Le pongo una domanda. Possono esistere cittadini senza città? Sembra un puro esercizio di retorica. Così non è. Il Centro storico edificato pietra dopo pietra in oltre sette secoli dai nostri beneamati avi, è completamente disabitato ed impalato. Lei aveva già provato con alcune decine di Sue ferali sortite a smontare entropicamente l’ormai defunta “Città murata” ed i suoi dintorni. Poco alla volta. Lentamente, anche se a distanza di secoli. La subdola tecnica di un supplizio. Lo ammetta: deve essere un po’ sadico.
Mi lasci ricordarLe gli anni: 1380, 1315, 1349, 1398, 1423, 1456, 1461, 1462, 1498, 1646. C’era quasi riuscito nel 1703. Altri ben assestati colpi, nello stesso secolo (l’equivalente per noi umani di cento giri della terra attorno al sole) li aveva dati tre anni dopo e, a seguire, nel 1736, 1750, 1762, 1787, 1791, 1799. Né è stato da meno nell’Ottocento. Il Suo morboso affetto per la nostra terra, non s’era per nulla affievolito. Ben lo evidenzia l’affollata sequenza 1809, 1832, 1848, 1850, 1859, 1869, 1874, 1875, 1879, 1883, 1885, 1887, 1889, 1892, 1893, 1895, 1897, 1899. Non è male, vero? Per il Novecento, mi limito a rimembrare la luttuosa data del 1915. Senza gravi danni per la mia città, ma con le 30.000 innocenti vittime nel prosciugato lago del Fucino.
Il Naufrago, nel secondo anniversario (si fa per dire) dei Suoi scostumati, puzzolenti ruttacci a L’Aquila, Le aveva augurato “un paralitico compleanno Mr. T!”. Più sopra rafforzati con l’inequivocabile “Le prenda un colpo!”. Purtroppo, le maledizioni e gli scongiuri degli spauriti “ominidi” nei confronti delle Sue gigantesche energie negative ctonie, non funzionano. Qualche giorno fa, la Sua mini-scossa di magnitudo 3.6, ne è stata una didascalica dimostrazione. O peggio: un mafioso preavvertimento? La summenzionata serie storica delle Sue tremebonde botte nell’area aquilana non fa presagire nulla di buono. In questa terra iperballerina bisogna sempre essere pronti ad affrontare pazientemente il peggio. C’è una sola via d’uscita. Meglio, una siloniana “Uscita di sicurezza”. Per non continuare a scappare. Da una città azzerata. Urlanti e terrorizzati. Prima che sia troppo tardi, occorrerà seguire la scia luminosa di una sola parola d’ordine: “costruzioni antisismiche ecocompatibili al 101%”. Non era stato proprio Lei a suggerirla agli sprovveduti, abbocconi, aquilani ammaliati dalle c.a.s.e.t.t.e di cartapesta imbottite di ogni confort, tv digitale su tutti ?
L’ignavia. La comprovata nullità degli amministratori locali. Le mani sporche, anche curiali, messe su quel che resta dell’ingente patrimonio edilizio civile, religioso, architettonico e monumentale di una delle più belle città italiane ed europee, stanno pregiudicando ogni timido tentativo di una riedificazione all’altezza delle Sue prevedibilissime scossacce.
Nella mia ex città gli inverni sono rigidi. Neve e gelo, per il terzo anno consecutivo, Le daranno una decisiva mano a rendere inutili i costosissimi, tardivi e speculativi puntellamenti. Molto probabilmente tutto verrà giù senza la necessità di un Suo aiutino. Dovrebbe essere soddisfatto, no? Lei ci aveva provato, con parziali successi, per ben sette secoli. Sono stati sufficienti tre soli anni di una totale, ingiustificabile inerzia governativa e paragovernativa, per spalancare le porte alla Grande Opera da Lei invano inseguita: La nuova Pompei aquilana. Vale a dire l’installazione museificata del più grande ready-made di tutti i tempi. Inimmaginabile per lo stesso Duchamp. Duplicare Pompei, è stato per Lei, distruttivo-creativo Mr. T, un giochetto da bambini. Senza alcuna necessità di sommergere l’ossificata città con ceneri e lapilli. Tutto sembra procedere secondo le Sue più rosee aspettative. Le prove generali della megainstallazione archeologica, già fotografata a iosa dai guardoni turisti domenicali a caccia dell’emozionante “sublime delle rovine”, pur lasciando di stucco gli aquilani, confermano la validità anestetica del Suo capolavoro.
Ma… ma di traverso, a Lei ed ai tanti, troppi politicanti da strapazzo; all’ex Prefetto dalla vocazione spionistica; all’Arcivescovo e al Vescovo ausiliare con le mani in pasta negli imbrogli; ai Presidenti provinciali e regionali “fabbricavoti” clientelari; e, amaris in fundo, al Sindaco, agli assessori ed agli altri pseudoamministratori comunali inconcludenti e scaricabarile s’è messo, oltre all’Assemblea cittadina, il civilissimo Popolo delle carriole.
Non è qui il caso di rinarrarne le gesta. Una sola constatazione. Tra l’altro, non dovrebbe dispiacerLe. L’arma segreta caricata sulle carriole, insieme alle Sue invecchiate macerie, è stata plasmata da un sentimento ri/sentimento a Lei sconosciuto: l’indignazione! Non già nei Suoi confronti (nessuno, proprio nessuno s’è mai indignato nemmeno per le ripetute stragi da Lei compiute). Piuttosto verso i tanti, troppi complici politicocriccheschi responsabili dell’assassinio di una moribonda città e dello sterminio civico di un’intera comunità… Vero o falso, barzellettiere, sboccacciato sig. b.?
Il monocorde monologo de Il Naufrago potrebbe continuare all’infinito. Meglio troncare. Anche con Lei, tutto sommato semplice compagno incomodo del sempre più precarizzato ciclo esistenziale. L’avviso in anticipo. Faccia altrettanto Lei nelle prossime, immancabili e malaugurate venute a L’Aquila. Il repentino congedo è accompagnato, e non poteva essere altrimenti, da una sonora sberla. E perché no, da una catartica, liberatoria, irripetibile parolaccia. Per il momento si acconti della versione edulcorata: figlio di puttana! Sua madre Gea non se ne abbia a male.
Il NaufragoINcarriola
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L'Aquila, le carriole, tante testimonianze anche dal film :
MI FA MALE di Luca Cococcetta, nel CD allegato al libro
Mi fa male, di Luca Cococcetta
(Sulla trilogia filmica dell’indignazione del Popolo delle carriole) di Pino Bertelli
Agli insorti della carriole dell’Aquila
La sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti, questo è il pericoloso stato d’animo che ognuno deve sorvegliare e combattere, prima che negli altri, in se stesso.
Piero Calamandrei
su youtube il trailer : http://www.youtube.com/watch?v=j3ZulsCG8S8
PROLOGO: LA FIERA DELLE PECORE
A che servono le prediche della chiesa, i proclami della partitocrazia, le chiacchere farisee dei media se non a mantenere i privilegi, le vessazioni, i crimini legalizzati da un’intera casta che fa del parlamento il postribolo dove servire il re significa far parte di quella fiera delle pecore che continua a governare impunita su un intero paese. L’indignazione del popolo italiano tuttavia cresce, si rovescia nelle piazze… ribellarsi è giusto… gli indifferenti, i rassegnati, i servi sono ormai minoranza… l’insurrezione dell’intelligenza denuda i disonesti, i voltagabbana, i profittatori annidati nei centri di comando e chiede con tutti i mezzi necessari la nascita della democrazia partecipata.
La meglio gioventù scende nelle strade e rivendica il diritto a un’esistenza più giusta e più umana per tutti… in nome del popolo sovrano, la partitocrazia ha instaurato un regime autoritario che reprime ogni forma di dissenso e fatto dell’ingiustizia sociale il palcoscenico delle proprie sconcezze elettorali… lo showman che “fino a qualche minuto fa” – prima di essere stato definitivamente messo in un cantuccio dagli altri capi di stato e di governo europei e non – ha presieduto il consiglio dei ministri, è il degno rappresentante di una politica asservita ai terrorismi dell’economia che gioca in Borsa e sotto nuove forme, nuove vesti, nuovi simboli e nuove parole ha prodotto la shoah dei valori e dei diritti di un’intera popolazione. Il lavoro rende liberi – solo – a Auschwitz, alla Fiat antisindacale dei nostri giorni e anche sotto le macerie dell’Aquila! Le giovani generazioni, i padri, le madri… hanno compreso che occorre mobilitarsi… svegliare le coscienze dormienti o interessate che permettono a una cosca di canaglie di calpestare la libertà e la giustizia.
L’ignoranza favorisce il potere… la voglia di capire, di comprendere, di dissentire… è il pericolo che va represso (anche nel sangue) da parte dei dominatori… ma per i padroni dell’immaginario è sempre più difficile offuscare la verità e i loro dispositivi di privazione del vero, del bello, del giusto sono smascherati dalla messe di informazioni che circolano nei social network… la rivoluzione della Rete è inarrestabile e l’intero pianeta sfruttato, umiliato e offeso denuncia l’uso della violenza istituzionale e mostra che la richiesta di verità, di bellezza, di giustizia diventa rivoluzione (come si è potuto vedere sulle coste del Mediterraneo e dintorni)… occorre tener d’occhio i macellai della partitocrazia e abbattere la cultura dell’illegalità, la dittatura dell’intolleranza, la violenza mafiosa che sono alla base e responsabili dello stato di cose attuali… i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più impoveriti. “Nessuno libera nessuno! Ci si libera tutti insieme” (Don Andrea Gallo). I preludi di uno Stato neo-fascista sono nei fatti e la partitocrazia è il covo di serpi che va smantellato e schiacciato loro la testa.
I. MI FA MALE
Il piccolo film di Luca Cococcetta sulla rivolta delle carriole dell’Aquila, Mi fa male (appena 19 minuti e 21 secondi), è un esempio di cinema sociale di notevole importanza… racconta dall’interno le ingiurie, le contraffazioni, i tradimenti che il popolo aquilano ha subito da parte degli amministratori, dei politici, della chiesa, degli imprenditori… e si fa portatore di verità mai rivelate dai mezzi di comunicazione di massa… mette in campo (cioè sullo schermo) la disperazione, la dignità, i valori sociali che una grande parte di aquilani è riuscita a non mortificare… gli aquilani hanno mostrato le proprie facce, il proprio dolore, la fraternità con i propri morti, si sono armati di carriole, picconi, pale e fuori dalle menzogne delle istituzioni si sono fatti portatori di quella comunità in armonia che avanza ai quattro angoli della terra. Il terremoto si può sconfiggere, ma non sarà possibile vincere sulla terribilità del terremoto se prima non saranno sconfitti e messi a tacere i caimani della politica e degli affari sporchi. Quando la democrazia è malata di autoritarismo, occorre farsi di nuovo partigiani e battersi contro i nemici dell’umanità.
Mi fa male si apre sulle macerie dell’Aquila e (ci) commuove per lo sguardo della videocamera sulle spoglie di una delle più belle città del mondo… un televisore acceso regna su ciò che resta di una casa e s’intreccia alle parole indignate di un attore (Manuele Morgese) che davanti a uno specchio si fa interprete di tanta gente dell’Aquila che non accetta la cancellazione della memoria e della storia della città. Nel televisore si vedono i servizievoli conduttori televisivi della disinformazione (Fede e Vespa, ma anche turisti del dolore, telecamere del disastro spettacolare)… poi tutta la parata di personalità (capi di Stato, primi ministri, vescovi, sindaci, la protezione civile, forze dell’ordine…) che si contendono il favore delle televisioni internazionali e abbracciano i vecchi, i bambini, i parenti, gli amici dei morti… ci assale il vomito insieme alla rabbia e quei sorrisi tristi, finti, perversi… vanno ad avvelenare la fraternità, l’accoglienza, la solidarietà di un popolo colpito nel profondo, prima da un evento naturale (che poteva essere prevenuto, almeno in parte) e poi da una banda di saprofiti che continuano a offendere l’esistenza dolorosa di migliaia di persone.
I filmati degli insorti delle carriole, il dissenso degli aquilani, la richiesta a viva voce di democrazia reale… sono intrecciati alle barriere che chiudono il centro storico dell’Aquila e i soldati a guardia del disordine organizzato (come al G8 di Genova nel 2001 o a Roma nei recenti scontri di piazza, 2011) hanno facce da “bravi ragazzi” pronti a impugnare il manganello quando il popolo reclama i propri diritti.
Un partigiano novantacinquenne, Massimo Ottolenghi, combattente nelle brigate di Giustizia e Libertà, scrive che occorre imporsi all’ingiusto e all’illegale ovunque la democrazia uscita dalla Resistenza (e pagata con oltre sessantamila morti) è affossata e sottrarsi “alla mentalità mafiosa e opaca che premia l’illegalità quotidiana, il privilegio e la sopraffazione del più forte e del più furbo”. La fascistizzazione all’interno dei partiti è un fatto… il diritto ad esistere tra liberi e uguali rimanda alla rivoluzione democratica per amore della libertà e della giustizia.
Mi fa male si schiera dalla parte dei cittadini aquilani… senza timori né riverenze di sorta… l’indignazione sborda dal film con le parole degli insorti delle carriole… pezzi di città, mattoni antichi, libri, ricordi di famiglie distrutte sono intercalati con frasi, invettive, denunce disseminate dall’interprete sulle coscienze più sensibili e grondano sui volti ipocriti dei privilegiati della politica… invitano alla partecipazione, alla ribellione, alla presenza di ciascuno contro l’infezione dei politici e dei loro vassalli… chiedono di indignarsi e insorgere contro la bestiale follia istituzionale dei pochi che hanno fatto del parlamento un tempio di mercanti.
Piero Calamandrei ci ricorda che “la resistenza è stata la crisi benefica che ci ha guariti, col ferro e col fuoco, da questo universale deperimento dello spirito” e sbaragliato l’impero della corruzione e del predominio politico. Si tratta di cambiare il sistema che ci opprime… innescare una battaglia sociale che prima o poi sarà battaglia di popolo.
La resistenza del popolo delle carriole è trasversale ai partiti… Mi fa male dà volto e voce alla gente dell’Aquila e donne, uomini, bambini vanno a comporre un florilegio comunitario che non si ferma davanti alle promesse (mai mantenute) dei governanti… bellezza e dolore emergono dal loro sdegno verso tutto ciò che è celebrativo o pietistico… gli interni delle belle casette di cartone pressato sono affiancate ai palazzi regali distrutti o appuntellati… le lacrime amorevoli degli aquilani si mescolano alla voglia della popolazione di riprendersi la città… quello che più emerge da Mi fa male è l’apertura all’altro… al diverso da sé… un richiamo metaforico all’esule, allo straniero, al fuoriuscito, al meticcio… sepolti nella storia millenaria di quelle macerie.
Il film di Cococcetta (scritto con Bonifacio Liris) lascia parlare i fatti, le bugie, i dissidi… la calda voce dell’indimenticabile Giorgio Gaber inneggiante alla Libertà e la musica di Giancarlo Tiboni entrano nella tessitura filmica facendo vibrare momenti di autentica commozione ad altre sottolineature di inclinazione al dissidio… il montaggio è una sorta di partitura sonora che porta sulla faccia bella dell’attore il taglio alto di una tragedia infinita e in chiusa dice: “Tutti gli esseri umani nascono liberi in dignità e diritti, anche noi! Essi sono dotati di ragione e coscienza, anche noi! E devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza, e questo vale anche per noi!”.
Mi fa male figura l’appassionata coscienza critica di una comunità, di una città distrutta più dalla politica che dal sisma (ma non nell’amore tra le genti) che incide nella vita a venire di un’intera nazione… un piccolo film che si scaglia contro i moralismi, le rigidità dottrinarie, le ipocrisie che non riescono ad affogare le intolleranze istituzionali e indica il cammino della fraternità di un popolo come via per la liberazione.
Mi fa male è una specie di film/testamento di un’intera città che sveglia la libertà e la coscienza critica dei futuri cittadini di ogni-dove e indica il primato della coscienza sulla legge dello Stato e della Chiesa… il popolo insorto delle carriole respinge la politica trasformata in crimine, delazione, ricatto, imbroglio, scandalo… e fa della disobbedienza civile la fine dell’imbecillità… “Se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima” (Don Lorenzo Milani, diceva). La sovranità popolare, la libertà, la giustizia sono gli arnesi magici di ogni utopia realizzata… la violazione di ogni ordinamento costruito sulla violenza e sostenuto dai fanatici dell’obbedienza, è un passo contro ogni forma di idolatria e solo quando il giusto sarà il pane di tutti, i popoli conosceranno nuove primavere di bellezza.
II. LA RES PUBLICA. GLI AQUILANI MANGANELLATI A ROMA
Il diritto all’indignazione è il sale della democrazia… il frammento del videofilm di Luca Cococcetta, La Res Publica. Gli aquilani manganellati a Roma (poco più di 10 minuti, 7 luglio 2010), racconta in presa diretta l’uso che le forze dell’ordine (su precise direttive del capo di governo Berlusconi e del ministro dell’interno Maroni) hanno fatto del manganello e dell’abuso di potere picchiando i cittadini (non solo) aquilani che si sono riversati a Roma per protestare – a viso scoperto – davanti al parlamento, dove ministri (“servitori” della cosa pubblica) e “onorevoli” di varie cosche sono coinvolti in affari sporchi e connivenze con mafierie d’ogni sorta… tutta gentaglia (eccezioni a parte) che non conosce la miseranda dimensione degli ultimi, degli sfruttati, degli oppressi, dei terremotati, dei precari, dei disoccupati… e non sa cosa sia l’apertura all’altro, al più debole, allo svantaggiato… tutta gentaglia che antepone i propri privilegi alla costruzione di una società in eguaglianza, accoglienza, solidarietà… tutta gentaglia arrogante, una caterva di anime morte che si sono arroccate agli scranni del governo e rappresentano la mediocrità, la volgarità, lo sconcio con la pretesa di dettare morali, valori, etiche a quelle classi sociali di lavoratori che hanno sempre rappresentato la dignità, la fraternità, la condivisione in questo paese.
Le belle facce degli aquilani irrompono nelle strade di Roma ed esprimono l’indignazione di un’intera città… uomini, donne, ragazzi… gridano giustizia, rispetto dei diritti umani, chiedono di partecipare direttamente alla ricostruzione dell’Aquila e farla finita con i rottamatori della democrazia, gli affamatori paludati della partitocrazia, i falsi profeti della chiesa… rivendicano il primato della coscienza su qualsiasi cosa e rigettano con le loro appassionate critiche, le promesse, i tradimenti, le falsità che i politici hanno dispensato loro prima e dopo il terremoto. Esprimono con coraggio un cammino di liberazione, uno stato permanente di rivoluzione sociale, una pratica della non violenza che denuncia i misfatti dei partiti italiani… ricordano – se ce ne fosse ancora bisogno – che una organizzazione sociale non deve produrre sfruttati né sostenere sfruttatori.
Il popolo aquilano è stato calpestato a Roma (e le sequenze del film di Cococcetta lo documentano bene)… chi ha ordinato alla polizia, ai carabinieri, di caricare gli indignati che manifestavano pacificamente, ha favorito l’illegalità e stracciato la Costituzione uscita dalla Resistenza… la violenza del più armato si è abbattuta, come una seconda catastrofe, sulla gente dell’Aquila… Don Andrea Gallo, un prete angelicamente anarchico, scrive e grida che gli umiliati e gli offesi si devono riprendere il futuro con “la forza del diritto e non [con]il diritto della forza, [con] la potenza della verità e non [con l’ipocrisia] della menzogna… [e quando i depositari della politica elettorale sono sordi e ciechi sull’infelicità del bene comune] allora ci vuole una rottura e può essere necessario anche uscire dalla legalità, quella del potere, per entrare nell’illegalità non violenta”… cercare nella libertà e nell’eguaglianza il pieno sviluppo della persona umana, essere in prima fila nell’effettiva partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
La Res Publica. Gli aquilani manganellati a Roma si schiera apertamente dalla parte dei terremotati dell’Aquila… l’attualissimo testo tratto dall’inossidabile latino di Marco Tullio Cicerone, interpretato dalla bella voce e dalla dizione coinvolgente di Antonella Cocciante, s’intreccia alla figurazione auditiva/convulsiva dei palafrenieri dell’ordine costituito e commuove per il coraggio di persone di ogni età – anche in lacrime – che non temono di essere feriti o malmenati in difesa dei loro diritti… quando le sue parole si addossano alle facce pulite della protesta aquilana un filo di rabbia profonda assalta l’anima libertaria che è in noi: “Solo in quello stato in cui il popolo è il sommo potere, sussiste la vera libertà di cui non vi è bene più prezioso e che neppure può chiamarsi libertà se non comporta un’assoluta uguaglianza dei diritti… in uno stato veramente democratico tutti i cittadini dicono che quando tra il popolo emerga o uno o più uomini ricchi e potenti abbiano allora origine dall’intolleranza, dalla superbia di costoro i mali dello stato, poiché di fronte ad essi gli ignavi e i deboli soccombono e sono costretti a cedere, ma affermano anche che se i popoli esercitano i loro diritti, non vi è altra forma di governo che sia più nobile, più libera, più feconda, perché quei popoli sono arbitri delle leggi, dei giudizi, della guerra, della pace, dei trattati, della vita e della fortuna di ciascun cittadino, questa per essi è la sola forma di governo che possa a buon diritto chiamarsi Repubblica, cioè cosa del popolo” (Marco Tullio Cicerone, De Republica, primo secolo avanti Cristo).
Le macerie dell’Aquila, i morti del terremoto, l’inerzia dei gazzettieri della politica sono disvelati nella miseria di quasi tutti i politici di professione che mentono sapendo di mentire su tutto quanto non hanno fatto per restituire la città ai cittadini e alla sua storia millenaria.
Il piccolo videofilm di Cococcetta trabocca di bandiere neroverdi, di mani alzate degli aquilani contro manganelli, pistole, fucili, lacrimogeni degli uomini in divisa a protezione dei privilegi della cupola… sono il volto buono del dissenso che reclama a viva voce la dignità negata degli apparati costituzionali… una signora con la fisarmonica canta “’Aquila bella mé” (mia) chiudendo il docu-film e conferma che la monopolizzazione dei mezzi di comunicazione al servizio dei dominatori ha come arma principale, la menzogna.
Non è stato possibile criminalizzare il dissenso degli aquilani a Roma, come sovente è riuscito ai servizi segreti di questa nazione di burocrati e profittatori… gli aquilani si sono fatti fratelli in sorte e si sono chiesti con Don Milani, a che cosa servono le mani se si tengono sempre in tasca? a niente! a perpetuare la rapacità dei dominatori e la servitù volontaria… la loro indignazione è liberazione, è vita, è il rischio della vita che si fa storia.
III. STRUMENTALIZZIAMOCI. CARRIOLE SENZA VOTO
Il terzo videofilm di Cococcetta, Strumentalizziamoci. Carriole senza voto (7 minuti e 20 secondi), ripercorre l’insurrezione non violenta del popolo delle carriole… i carriolanti entrano nel cuore dell’Aquila e attraverso interviste a caldo si dà voce a chi non l’ha mai avuta o è stata loro distorta… l’ironia della gente aquilana (giovani, anziani, donne…) è pungente, intelligente, eversiva… parlano in lingua rovescia, dicono in leggerezza di essere strumentalizzati dai partiti politici e usati soltanto per le loro schede elettorali… un ragazzo è salace: “Io sono strumentalizzato politicamente perché volevo andare a sinistra, sono andato talmente a sinistra che mi sono ritrovato a destra, poi mi hanno detto guarda che però a sinistra si sta meglio, allora sono andato dalla parte estrema della destra e il salto, come dice Giovanni Lindo Ferretti, tra la destra estrema e la sinistra estrema è stato piccolissimo e io mi ci sono ritrovato in mezzo… voglio essere strumentalizzato, prendetemi e fate di me quel che volete”.
Gli insorti delle carriole irrompono nella decadenza della classe politica (di sinistra, di centro, di destra) e invitano ad abitare la cultura degli uomini, delle donne fuori da un’evangelizzazione forzata delle convenienze istituzionali… si affrancano nella conquista del bene comune e nella finitezza della loro bellezza popolare demistificano i falsi profeti di sventura. Chiedono l’impegno degli italiani contro tutte le ingiustizie, il rispetto delle diversità e delle alterità… lasciano spazio a forme di democrazia sconosciute ai mandarini del potere… l’amore tra le genti si realizza strada facendo.
La videocamera di Cococcetta sta addosso agli aquilani e restituisce loro il diritto alla parola, alla voglia di essere parte importante della vita sociale aquilana e spezzare le catene inique con le quali sono costretti al giogo dei grandi interessi bancari, politici, culturali e rimandano agli oppressi rivendicare lo scioglimento dei nodi istituzionali che li rendono schiavi della barbarie istituzionale…
I sorrisi, i sorrisi aperti degli insorti delle carriole, i musicanti che attraversano le macerie dell’Aquila, i bambini che trasportano secchi di terra ancora sporca di sangue con i suoi 308+1 morti ed oltre 2.000 feriti… interrogano una folla di imbroglioni, di santi, di avanzi di galera che non hanno alcun peso sulla realtà autentica della vita comunitaria e diventano invincibili, invincibili sì, invincibili contro l’impudenza dei padroni della cosa pubblica e tengono in cattive mani le sorti di un intero popolo… “Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi” (Étienne de la Boètie, scriveva nel 1500). I tiranni sono solo dei piccoli uomini senza valore, che male mai potrebbero farci se nessuno di noi sostiene le loro ladrerie, se nessuno si fa complice dei loro misfatti, se nessuno si fa schiavo delle loro incompetenze… si tratta dunque di superare l’indifferenza, farsi partigiani contro ogni forma di banditismo legalizzato… è solo l’azione che nasce spontanea dall’indignazione che muove la storia.
Strumentalizziamoci. Carriole senza voto canta l’inverno dei nostri scontenti e strucca i paramenti delle falsità della politica attuale… è un grido di libertà lanciato contro “i servi sciocchi, gli ipocriti, i disonesti, i saltafossi, i profittatori, i voltagabbana annidati nei luoghi di comando… Voi giovani dovete essere i primi a reagire, nessun altro lo fa, ha la forza, l’urgenza di farlo. A cominciare dai vostri padri. Il vostro futuro dipende da voi, perciò potete e dovete pretenderlo nuovo, pulito, libero, senza compromessi, senza scorie, depurato dagli errori di chi vi ha preceduto” (ancora Massimo Ottolenghi).
Ribellarsi è giusto e gli insorti aquilani delle carriole sono scesi nelle strade, in alcune delle 99 piazze della loro città per denunciare il progressivo sterminio dei valori e dei diritti messo in atto da una casta di sanguisughe che hanno fatto dell’autoritarismo l’altare dell’illegalità. Si deve combattere l’illegalità con ogni sorta di disobbedienza civile e fare della legalità e del diritto il primo passo verso la rivoluzione sociale.
Le piccole interviste di Cococcetta ruotano intorno alla perdita di valori della democrazia… i gruppi di potere imposti e sovrapposti fanno i loro affari sulle macerie con cricche e mafie… la filosofia della spoliazione è passata sulle identità dei popoli impoveriti e l’unica speranza è nella coscienza individuale, nel rispetto di sé e degli altri che dicono la mia parola è no! e al-l’interno di una società complessa (liquida, direbbe Zygmunt Bauman) riescono a comunicare (anche attraverso i social network) e formare una rete di moltitudini in grado di dialogare e di crescere nella dissidenza. La democrazia che non si usa, marcisce.
Nel popolo insorto delle carriole dell’Aquila c’è l’appello a combattere l’indifferenza della politica e l’abulia di tutti quelli che non si confrontano con i loro limiti e i loro sogni di libertà e di democrazia. “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti… Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti” (Antonio Gramsci, 1917).
In questo senso i dissidenti della carriole si fanno portatori di terre nuove della politica e si affacciano alla pratica della democrazia diretta o consiliare che è già ma non ancora… dividono il pane con l’affamato, introducono in casa lo straniero, vestono l’ignudo e si fanno protagonisti della democrazia etica a venire… la solidarietà liberatrice che è nelle loro parole, nelle loro azioni, nelle loro disobbedienze è un’utopia in cammino verso una società più giusta e più umana.
Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 8 volte novembre 2011
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Avviso all'indagato Antonio Gasbarrini,
reinterpretato dal reo con una "autoironica" opera d'arte.
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