Una giornata di (stra)ordinaria follia. Un mix di emozioni di ogni tipo, lacrime, sudore, caldo, freddo, sorrisi, paura, orgoglio, compostezza. E’ il terremoto dell’Aquila che si è spostato a Roma. So che devo parlarne in modo oggettivo e so che non sono qui per fare cronaca, ma per tentare di trarre delle conclusioni dalla infinita e faticosissima, quanto storica e importante, giornata di ieri. Lo sfondo è ormai noto per chiuque abbia aperto un giornale, leggiucchiato qualche notizia in rete o distrattamente ascoltato un TG (rimane sempre meglio la rete, sia chiaro): circa 5.000 aquilani, reduci dal terremoto del 6 aprile 2009 e ancora in condizioni di disagio, vanno a Roma per protestare.
Già questa prima affermazione, in realtà, è in parte fuorviante, se non sbagliata. Protestare contro chi? Per che cosa? Protestare e basta? In realtà no.
Eravamo a Roma per dire che L’Aquila c’è e non è poi così soddisfatta di tante cose. Prima di tutto, dunque, si tratta di informazione, forse prima ancora che di protesta. Dopo la manifestazione del 16 giugno scorso a L’Aquila, sostanzialmente ignorata dai servizi di “informazione” nazionali, la decisione è stata quella di informare l’Italia tramite la presenza dell’Aquila stessa a Roma, che si è fatta sentire e, da sola, è stata una notizia. Dunque informare che L’Aquila è viva, sebbene ferita, e ha molto da dire. Poi si passa alla protesta. Ma cosa c’è da dire, a 15 mesi dal sisma?
1) Niente di ciò che viene detto e millantato dalla classe politica italiana corrisponde alla realtà, quando si parla dell’Aquila. La situazione non è risolta. Non ci sono persone “con le case nuove di zecca che hanno anche il coraggio di lamentarsi e che per questo sarebbero dovute rimanere sotto le macerie”, come sostenuto da qualcuno su vari siti on-line e, velatamente (ma non troppo), anche da alcune testate giornalistiche e televisive. Vi sono 17.000 persone in nuove C.A.S.E. che per inciso hanno stuprato e distrutto il territorio ed il tessuto sociale, economico e urbano della città, e restanti 60.000 persone in attesa di giudizio. Persone senza casa, in affitto, costrette fuori del proprio territorio, in alberghi fino a 150 km da L’Aquila. E un centro storico abbandonato, militarizzato, inaccessibile agli abitanti senza motivo (in teoria per motivi di sicurezza legati a possibili furti, ma dentro quelle case non c’è più niente…) e ancora colmo di macerie, dopo le promesse fatte dal governo nella persona del Ministro Stefania Prestigiacomo, la quale lo scorso marzo dichiarava che le manifestazioni del Popolo della Carriole erano “superate dai fatti” e che entro due mesi sarebbero state tolte tutte le macerie. Chiunque voglia, può venire a L’Aquila e giudicare e verificare la condizione del centro a 4 mesi da quelle dichiarazioni, non serve aggiungere altro.
2) Nonostante tutto ciò, buona parte della classe dirigente continua a speculare politicamente (e non solo) sulla citta dell’Aquila e sulla sua tragedia, strumentalizzando la situazione e contribuendo sistematicamente a distorcere la realtà dei fatti, in modo tale che L’Aquila possa essere vista, all’esterno, come un miracolo compiuto e, dall’altro lato, gli Aquilani, leggi tutti coloro che osano mettere in discussione l’operato della classe dirigente, come ingrati da ricattare e tenere sotto scacco. L’Aquila usa e getta, insomma.
3) Tutti a L’Aquila hanno capito tale gioco, a tal punto che il vero miracolo aquilano si sta realizzando e concretizzando: stanno finendo le divisioni interne e, come accaduto ieri a Roma, L’Aquila va in piazza a 360°. L’unica bandiera è quella nero-verde (simbolo della città, tra l’altro retaggio del terremoto che già la distrusse nel 1703: il nero per il lutto e il verde per la speranza) e sotto quei colori ci sono destra, sinistra, sindacati, confederazioni, industriali, operai, la Curia, i sindacati di Polizia, commercianti, inquilini della C.A.S.E. e chi più ne ha più ne metta. Nonostante ciò l’informazione è ridotta a non dare queste notizie e cercare di minimizzare, liddove non calunniare, la vera forza dell’Aquila in questo momento: la ritrovata unità.
Due ulteriori considerazioni sono doverose e devono far riflettere. In primo luogo, i fischi e le durissime contestazioni al leader dell’opposizione. Ciò, giusto per fugare ogni dubbio circa i preconcetti politici degli aquilani e la supposta appartenenza a questa o quella fazione, nel momento in cui la città scende in piazza per rivendicare i propri diritti e informare sulle reali problematiche. Deve far riflettere chiunque questa forte manifestazione di disagio, indice di un’opposizione che troppo spesso ormai viene percepita, a L’Aquila, come a Torino, a Napoli o a Pomigliano, come semplicemente parte del sistema. Come classe dirigente e non forza di opposizione o alternativa di governo. Si tratta di un fatto da considerare e su cui riflettere mille e più volte, se si vuole far avanzare di qualche tacca il Paese negli indici di sviluppo politico e, conseguentemente, economico e sociale.
E poi la parte più oscura e brutta: i manganelli. Intesi come repressione assurda e ingiustificabile di una manifestazione del tutto pacifica nei modi e negli intenti. E intesi come Manganelli (nello specifico la Questura di Roma), che accusa presunte “infiltrazioni” di presunti “ragazzi dell’area antagonista dei centri sociali di Roma e dell’Aquila”. Qui il dovere di cronaca torna per un attimo a farsi obbligatorio. Primo, non c’erano persone di Roma nel corteo, ho visto ad uno ad uno i volti dei manifestanti e li ho riconosciuti tutti, e non frequento terroristi di solito, ma brava gente. Secondo, a L’Aquila neanche esiste un “centro sociale”. Terzo, ad essere stati picchiati sono stati ragazzi inermi e persone delle istituzioni. Sindaci con la fascia tricolore spintonati e ragazzi con maschere di sangue e teste spaccate. Questa la metafora: Roma bastona L’Aquila. Esistono, del resto, centinaia di documenti fotografici e video, in cui si vede chiaramente quale sia la natura delle persone caricate e manganellate. Anche qui, basta cercare in rete e farsi un’idea, niente di più facile.
L’Aquila ancora una volta insegna qualcosa all’Italia, ancora una volta offre spunti di riflessione e ancora una volta non smette mai di stupire. L’Aquila c’è, qualcuno vuole rispondere?



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